Summit della Perdonanza · L'Aquila · 29 agosto 2026

Unici e irripetibili

Il dubbio come ponte verso il perdono. Un intervento di Carmina Gallucci.

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Introduzione di Michelangelo Tagliaferri

NEUMA è un luogo nel quale esperienze, linguaggi e simboli possono essere attraversati per ciò che sono capaci di interrogare dell'essere umano. La Perdonanza Celestiniana appartiene certamente a una storia spirituale e religiosa.

L'intervento che ascolteremo insieme, voi ed io Michelangelo Tagliaferri, sceglie di attraversarla da un'altra prospettiva: quella del dubbio, della responsabilità, della possibilità di non coincidere per sempre con un errore e, soprattutto, della libertà di tornare a interrogare sé stessi.

Carmina Gallucci parte dal diritto, dal perdono giudiziale riservato ai minori, e arriva a una domanda che non appartiene a una fede ma a ciascuno di noi: quanto spazio siamo capaci di lasciare a una persona perché possa diventare qualcosa che ancora non conosciamo?

È in questo spazio che NEUMA entra. Non per dare una risposta. Per tenere aperta la domanda.

Al prossimo Neuma special.

Apertura

Vorrei cominciare con una parola sola: sospeso.

Provatela a dire davanti a un ragazzo e guardate cosa succede: qualcosa cambia negli occhi, nel respiro, nelle spalle. Non importa se non ha fatto niente, se nessun giudice ha firmato nulla, se è una mattina qualunque: quella parola lo raggiunge lo stesso, perché certi ragazzi vivono già sospesi dentro di sé ogni giorno, senza che nessuno li abbia messi lì.

Sospesi è un'altra parola per dire in dubbio. Un dubbio che non sanno di avere, che non hanno scelto, che portano come un peso invece che come uno strumento. Un dubbio su chi sono, su cosa valgono, sulla parte di loro che li rende diversi dagli altri, se sia una ricchezza o una condanna.

E finché quel dubbio resta muto, paralizzante, senza direzione, il perdono, verso gli altri, verso chi li ha feriti, verso se stessi, resta una parola che non attecchisce, una porta che non riescono ad attraversare. Proprio di questo voglio parlarvi oggi: di come il dubbio, da peso che schiaccia, possa diventare il ponte che libera.

Il perdono giudiziale

Il diritto ogni tanto fa cose bellissime. Ma proprio ogni tanto… C'è un istituto nel nostro ordinamento che si chiama perdono giudiziale, riservato ai minorenni. Un ragazzo commette un reato per la prima volta, un reato che la legge considera di lieve entità, e un giudice lo guarda negli occhi e fa una cosa straordinaria: dubita.

Dubita che quell'errore dica tutto di quel ragazzo, dubita che il passato debba necessariamente ipotecare il futuro. E da quel dubbio nasce un atto di fiducia radicale: questo errore non ti seguirà, non lo iscrivo, non lo porto avanti nella tua vita. È il dubbio del giudice che salva il ragazzo, non la certezza, non la prova: il dubbio. La capacità di non chiudere una persona dentro un fatto, di tenere aperta la domanda su chi potrebbe ancora diventare.

Ma è una scommessa che si gioca una volta sola, una volta nella vita, e basta. Non è una porta che si riapre: si attraversa una volta, e poi si chiude per sempre. Il messaggio implicito è potente quanto è duro: hai diritto a sbagliare, ma quel diritto si consuma. Dopo, sei solo.

Tenete questa immagine, un dubbio che apre una porta, una volta sola, perché tra un momento ve ne mostro uno che quella porta la tiene aperta da otto secoli.

La Perdonanza

E poi c'è questa porta. Io sono un avvocato, ragiono per istituti, per fattispecie, per condizioni: e questa porta mi ha sempre fatto un effetto strano, perché funziona come nessun istituto giuridico si permetterebbe mai di funzionare. Non ha requisiti, non ha condizioni, non chiede che sia la prima volta, non formula nessuna prognosi sul futuro, non si esaurisce dopo un utilizzo. Si apre ogni anno, per chiunque, senza chiedere niente in cambio.

E soprattutto, questo è il punto che mi interessa di più, non chiede che tu abbia smesso di dubitare. Non chiede certezze, non chiede risposte, non chiede che tu sia arrivato da qualche parte. Accoglie chi è ancora nel mezzo, ancora in cammino, ancora sospeso. Il dubbio non è un ostacolo per attraversare quella soglia: è il motivo per cui la attraversi.

Se il perdono giudiziale nasce dal dubbio del giudice sul ragazzo, la Perdonanza nasce dal dubbio del pellegrino su sé stesso. E paradossalmente questo la rende molto più vicina a come vivono davvero i giovani oggi: non con un errore solo, isolato, giudicabile, ma con una somma continua di piccoli smarrimenti che tornano, che cambiano forma, che non si lasciano istruire in un fascicolo.

Il diritto ti accompagna fino alla porta, stabilisce le condizioni, valuta, decide, concede, ma non può entrare con te. La Perdonanza invece ti lascia completamente libero: sei tu che scegli di entrare, sei tu che decidi cosa portare dentro e cosa lasciare fuori. Quella libertà assoluta è il suo dono più grande. E per un giovane che vive sotto il peso dello sguardo degli altri, del giudizio continuo, della performance obbligatoria, la possibilità di un gesto che non deve dimostrare niente a nessuno è qualcosa di quasi rivoluzionario.

Il terzo perdono

Ma c'è un perdono che né il giudice né la porta possono darti: quello che devi trovare dentro di te, verso te stesso.

I ragazzi che incontro cercano con un'intensità che gli adulti spesso non vedono: cercano appartenenza, riconoscimento, qualcuno che li guardi e dica «sì, tu, proprio tu». E in quella ricerca a volte si perdono, non perché siano fragili, ma perché nessuno ha ancora detto loro la cosa più importante: che quello che cercano fuori è già dentro di loro. Che quella parte che li fa sentire diversi, fuori posto, troppo o troppo poco, non è un difetto da correggere ma un pregio, il pregio più grande che hanno.

La loro unicità, quello che li rende irripetibili, quello che nessun altro prima e dopo di loro avrà mai esattamente uguale, gliel'hanno fatta sembrare una colpa. E loro l'hanno sepolta, camuffata, sacrificata, per piacere, per appartenere, per non restare soli.

Ed è proprio qui che il dubbio smette di essere peso e diventa ponte. Non il dubbio che schiaccia, quello lo conoscono già fin troppo bene, ma il dubbio che apre: quello che un giorno, in un momento qualunque, fa alzare la testa e chiedere «ma io, chi sono davvero? Quella parte di me che non somiglia agli altri è una mancanza, o è esattamente quello che mi rende unico e irripetibile?».

Nel momento in cui un giovane comincia a farsi quelle domande, nel momento in cui trasforma il dubbio da condanna silenziosa in movimento vivo di conoscenza di sé, il ponte comincia a reggersi. E dall'altra parte del ponte c'è il perdono: verso gli altri, verso chi lo ha ferito, e soprattutto verso sé stesso. Perdona, chiede perdono, si perdona, non in quest'ordine necessariamente, a volte insieme, a volte in modo caotico e non lineare, ma succede. E quando succede è la cosa più potente che esista.

Sospesi ma vivi

Ho scritto una canzone dal titolo Sospesi ma vivi. L'ho scritta perché certe cose non si argomentano, si sentono. E quello che ho cercato di dire fin qui con il linguaggio del diritto e della comparazione, questa canzone lo dice con la voce che appartiene a loro.

Questa canzone non ha bisogno di commenti. Ha bisogno di adulti che la ascoltino davvero: non per giudicarla, non per analizzarla, non per spiegarla, ma per sentire quello che dice. E cioè che questi ragazzi non sono sospesi perché sono fragili, sono sospesi perché stanno attraversando il ponte. E attraversarlo richiede coraggio, tempo, e qualcuno che non li fermi a metà chiedendo loro di essere già arrivati.

Chiusura

Il perdono giudiziale chiede al giudice di dubitare del passato per aprire il futuro, una volta sola. La Perdonanza accoglie chi è ancora nel dubbio, ogni anno, senza chiedere niente. E il terzo perdono, quello che nessuna istituzione può dare, nasce nel momento in cui un giovane trasforma il proprio dubbio da prigione in movimento, e attraversa il ponte verso se stesso.

Chiedo agli adulti in questa sala una cosa sola, da domani: smettere di dare ai giovani le risposte prima che abbiano il tempo di farsi le domande. Perché è nelle domande, nel dubbio vivo, nel non sapere ancora, nel cercare, che nasce la persona che diventeranno.

E chiedo ai giovani, se ce ne sono in sala o se queste parole arriveranno a loro, di non avere fretta di smettere di dubitare. Quel dubbio che portate addosso come un peso: imparate a camminare su di lui. È il ponte più solido che abbiate.

E a voi che siete qui oggi, in questa città che meglio di qualunque altra sa cosa vuol dire stare sospesi e trovare comunque la forza di attraversare, chiedo di portare fuori da questa sala una consapevolezza sola: che ogni giovane che incontrerete porta dentro un dubbio che non ha ancora imparato a usare. Non spegneteglielo. Aiutatelo a diventare ponte.

La Perdonanza ogni anno apre una porta. Noi possiamo fare lo stesso ogni giorno, con un gesto, con una parola, con uno sguardo che non giudica ma riconosce. Non serve una sentenza. Non serve un rito secolare. Serve soltanto smettere di guardare i giovani come un problema da risolvere e cominciare a vederli come una risposta che non abbiamo ancora saputo ascoltare.

E adesso ascoltiamoli

Certe cose non si argomentano, si sentono.